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mercoledì 19 dicembre 2018 ..:: VASCON NELLA STORIA ::.. Registrazione  Login
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La chiesa ai primi del '900
La Chiesa ai primi del '900
Interno della chiesa ai primi del '900
Interno all'inizio del '900
Altare maggiore
Altar Maggiore
Altare del Crocefisso
Altare del Crocefisso
Altare della Madonna
Altare della Madonna
Ambone,organo e confessionali
Ambone Organo e Confessionali del '900
G.B.Tiepolo- La gloria di S.Lucia
Gloria di santa Lucia del Tiepolo
Madonna del '300
Madonna del 300
Antonio Boni 1910 - Fonte battesimale
Fonte battesimale - Opera di Antonio Bono del 1910
Gianbattista Tiepolo
Gianbattista Tiepolo

di Adriano Morandin

 La data più antica in cui è nominato Vascon è il 1005, quindi una piccola chiesa già c'era in quell'anno, forse non in muratura, ma nello stesso luogo dell'attuale. Si sa che esisteva con certezza nel 1152 e che dipendeva da Lancenigo. Infatti, se ne trova cenno in una bolla di papa Eugenio III e perché a testimonianza resta una parte dell'antica abside all'interno del campanile vecchio.
La chiesa e il paese diventarono autonomi nel 1189 con patrono San Pietro o Sant'Urbano come affermano alcune pergamene della Biblioteca Capitolare di Treviso.
Si fecero in seguito alcuni lavori di ingrandimento culminati nel 1330 con la dedica della pieve a Santa Lucia, come è dimostrato oltre che dai documenti scritti anche dagli affreschi e dagli stemmi scoperti nell'ottobre del 2000 all'interno e all'esterno della chiesa.
La raffigurazione di Santa Margherita, di San Sebastiano, lo stemma della Confraternita dei Battuti ed altri stemmi di famiglie medievali fanno pensare al col­legamento del nostro paese con la città di Treviso, con il suo ospedale e all'appartenenza alla Zosagna di Sopra.
Risiedevano allora in paese 330 abitanti, come ci informa un documento del 1335. Il numero diminuì nel '400 a causa di epidemie e di guerre, tanto che nei verbali della visita pastorale del 1488 risultano essere solo duecento.
Detto numero rimase costante quasi per due secoli. Nel 1522 si cominciò la costruzione della canonica, che fu portata a termine solo con la permuta di alcuni terreni dell'iniziale beneficio parrocchiale.
Alla fine del '600 ci fu una netta ripresa economica e sociale in tutta la terra ferma ed allora si pensò anche a Vascon di innalzare e allungare la chiesa (sedici metri oltre le balaustre).
Benefattore principale fu il conte Loredan Giovanni fu Domenico, che pochi anni prima aveva costruito la villa ora di proprietà Perocco di Meduna. Nel 1722 fu eseguito il grande affresco "La gloria di S. Lucia" da G. Battista Tiepolo e nel 1748 fu completato il secondo "La Trinità" dal figlio Giandomenico o da alcuni suoi allievi (forse il Brusaferro).
Nel 1750 fu inaugurata l'abside attuale come si vede dalla data dietro l'altar maggiore. Verso la metà dell'Ottocento fu rifatta la cantoria, eretto il pulpito ed acquistato il primo organo dalla ditta Bazzani.
Verso la fine del secolo gli abitanti erano di gran lunga aumentati (quasi novecento) ed allora si decise un altro allungamento della chiesa. Come primo offerente si dichiarò Mons. Callegari Giuseppe, arcivescovo di Padova, che soggiornava spesso a Vascon durante l'estate (vedi villa Callegari) talvolta in compagnia dell'amico card. Giuseppe Sarto, poi papa Pio X.
Fu anche eseguito nel 1904 il terzo grande affresco raffigurante il martirio di S. Lucia, dal pittore trevigiano Antonio Beni, il quale aggiunse gli emblemi dei quattro Evangelisti nei medaglioni laterali. Questo pittore nel 1903 aveva anche restaurato, forse per la prima volta e non sapendo che si trattava di un Tiepolo, il primo affresco e nel secondo aveva aggiunto l'immagine dell'Assunta. Dopo la prima guerra mondiale fu abbattuto il vecchio campanile perché pericolante e fu inaugurato quello nuovo nel 1930.
L'impianto di riscaldamento fu eseguito nel 1965 e dopo dieci anni restaurato completamente il tetto, per fortuna otto mesi prima del terremoto del maggio 1976.
Nel 1991 furono ripuliti gli affreschi e gli stucchi con attribuzione ufficiale del primo affresco al più famoso dei Tiepolo. Nel 1994 ci fu la consacrazione del nuovo altare, dopo l'allungamento del presbiterio.
Nel 1997 fu eseguito il definitivo restauro della "Gloria di S. Lucia" in occasione del terzo centenario della nascita di GianBattista, facendo riemergere chiaramente in un riquadro ovale giallo ocra la colomba, simbolo dello Spirito Santo e migliorando i colori. Infine nel 2000 si realizzarono i lavori per rimediare l'umidità e rifare gli intonaci e si arrivò a nuovi ritrovamenti, che ora bisogna conservare e valorizzare.
Grande gioia e stupore a Vascon quando si sono scoperti, rifacendo l'intonaco della chiesa, gli stemmi medioevali del secolo XV. Maggiore ancora la sorpresa quando oltre agli stemmi si sono trovati affreschi anche alla parete verso il cimitero. Inoltre sono apparse le finestre della chiesa primitiva e le nicchie che fanno datare la prima costruzione all'XI secolo come già da me ipotizzato. Si notano molto bene ora le fasi di allungamento e di innalzamento: dalla prima chiesa più larga che lunga col tetto a capanna, alla chiesa trecentesca con l'affresco esterno di S. Lucia, alla chiesa settecentesca ed infine a quella di inizio Novecento

 I Chierichetti prima della riforma (Laurea della prima età)

In terza elementare, anno in cui normalmente nel Trevigiano si riceveva la Cresima ed il parroco seguiva lui direttamente il Catechismo, veniva chiesto a tutti i maschi se volevano imparare a “risponder Messa”. Avveniva subito una selezione naturale: chi abitava troppo lontano o aveva difficoltà ad apprendere a memoria oppure aveva i genitori poco convinti non si presentava; gli altri timidamente convenivano in canonica nel giorno stabilito, di solito alle sedici e trenta, finito il doposcuola.
Cominciavano allora tre mesi di studio del latino. Don Giuseppe iniziava in Avvento o in Quaresima, parchè erano periodi da lui ritenuti più propizi. Io credo di aver iniziato nel mese di Marzo del 1956. Il sacerdote ci faceva imparare a memoria due o tre risposte di settimana in settimana; la prima era facilissima: all’ “Introibo ad altare Dei” si doveva rispondere: “ad Deum qui laetificat iuventutem meam”, ma poi cominciavano le difficoltà e qualcuno si ritirava. Per imparare a memoria bisognava comprendere bene il significato. Allora don Giuseppe ci spiegava in italiano la traduzione. Non era così facile allora avere libretti completi in italiano, tanto è vero che il giorno in cui il cappellano festivo don Orazio Mondin mi procurò un libretto con la traduzione a fianco feci una grande festa. Mi ritiravo allora in camera e ripetevo ad alta voce le formule.
Superato lo scoglio del “Confiteor Deo”, arrivava la difficoltà del “Suscipiat” dopo l’offertorio, cioè la risposta all’ “Orate, fratres”. Era come superare un esame fondamentale del secondo anno universitario. Il Sanctus, il Pater noster, l’ Agnus Dei e l’ Ite Missa est erano poi piuttosto facili.
Per chi arrivava sufficientemente preparato a questo traguardo, dopo circa due mesi, cominciavano le prove pratiche dapprima con il portare i candelieri alle messe solenni e poi mettendosi a fianco del celebrante dalla parte sinistra assieme ad un chierichetto provetto dalla parte destra, per imitarne i movimenti ed apprendere con sicurezza le risposte. Al “Confiteor” ad esempio, stando in ginocchio, bisognava inchinarsi profondamente volgendosi verso il prete e percuotersi tre volte il petto. Dopo la lettura dell’epistola bisognava trasportare il pesante messale con il leggio dal lato destro al lato sinistro dell’altare scendendo gli scalini ed inginocchiandosi. Guai se il
messale cadeva! Bisognava aspettare almeno sei mesi per crescere in muscolatura e prodezza d’equilibrio e poi ripartire con lo “scaglione” successivo.
Si doveva imparare a versare il vino e l’acqua con le ampolline e a suonare il campanello al Sanctus e alla Consacrazione: in questo momento solenne il chierichetto di destra doveva suonare due volte con regolarità e contemporaneamente alzare la pianeta e tenere il capo inclinato. Era il momento di maggior concentrazione e di solenne silenzio.
Quando sembrava giunto il momento di sufficiente abilità, il parroco ci affidava i turni alle messe feriali e successivamente alle messe domenicali: a me toccò il lunedì e la prima messa della domenica sempre alle sei del mattino. Per essere in chiesa cinque minuti prima, dovevo alzarmi alle cinque e mezza, che allora era l’orario normale di sveglia dei miei genitori, orario che spesso veniva anticipato per motivi di lavoro.
Sia le messe festive che quelle feriali duravano più di un’ora, perchè al posto della predica nei giorni infrasettimanali c’erano sempre le ufficiature per i defunti con salmi, preghiere, canti e benedizioni in latino verso un piccolo catafalco o verso un panno nero, disteso ai piedi del presbiterio fra due candelieri ed una croce.
Se l’ufficiatura era semplice, si offrivano al celebrante mille lire, se invece era solenne mille e duecento lire. La differenza consisteva in qualche salmo di meno e nella messa ”bassa” (non cantata) e quindi senza l’uso del turibolo per il fuoco dell’incenso.
Ricordo ancora il sacrestano Ampelio che velocemente leggeva i salmi e cantava le letture masticando desinenze: “Parce, mihi, Domine. Nihil enim sunt dies mei” oppure “Homo natus de muliere, brevi vivens tempore, repletur multis miseriis”.
Ci volle del tempo perché riuscissi a comprendere il significato letterale e quello metaforico di quei salmi e di quelle preghiere. Condensavano infatti varie parti della Sacra Scrittura.
Mi emozionavo particolarmente quando don Giuseppe intonva il salmo “Deus illuminatio mea et salus mea, quem timebo?”, al quale i cantori rispondevano “Dominus protector vitae meae, a quo trepidabo?”
Un momento particolarmente ambito era il servizio durante i matrimoni. Quella era una vera nozze ed una vera cuccagna! Per noi venivano forniti dei cuscini per le ginocchia come per gli sposi ed il celebrante. Ma i cuscini erano solo due e quindi ce li rubavamo l’un l’altro.
Arrivavano quote da capogiro (anche cinquecento Lire) oltre ai confetti direttamente dalla sposa, ma ... ma si doveva essere avanti con la carriera, almeno al terzo o quarto anno ed aver finito la scuola elementare. C’erano anche le fotografie in bianco e nero in cui si poteva apparire, accanto agli sposi o ai testimoni. Una volta sono stato fotografato anche vicino alla corriera degli sposi e degli invitati, perché allora non si usavano le automobili come adesso.
Ricordo ancora le poltroncine di velluto rosso che venivano date ai chierichetti nelle solennità e talvolta anche nei matrimoni.
Prima , però,bisognava aver servito a tante di quelle messe e a tanti di quei vesperi ed aver assistito ad una decina o quindicina di funerali ed essere stati fermi minuti e minuti davanti al catafalco con i candelieri o con il secchiello dell’acqua santa, mentre il parroco cantava e i cantori rispondevano.
Ho ancora impressa nella mente quella frase drastica “Hodie mihi, cras tibi” - “oggi a me, domani a te”, scolpita in bianco sul fondo nero scuro del catafalco.
 Dopo il canto del “Dies irae, dies illa” e del “Libera me, Domine, de morte aeterna” si intonava finalmente l’augurale “In Paradisum deducant te Angeli”. Fu forse allora che cominciai a riflettere sul valore del tempo, del passato e del futuro, del bene e del male, che cominciai a “filosofare”, a riflettere sul problema del dolore, a scoprire la “metafisica” e a ricercare le risposte di speranza che la religione cristiana dà ai grandi interrogativi perenni dell’uomo.
A dir il vero seguivo anche i vari atti liturgici del celebrante ed invidiavo il collega chierichetto titolare del turibolo, il quale aveva un ruolo più importante nella cerimonia e poteva muoversi un po’ di più. Ma ero sempre più avanti della “matricola” che portava la navicella dell’incenso o dell’altro che era alla sinistra del celebrante.
Quando i defunti arrivavano dall’ospedale, si aspettavano al capitello di S. Anna, altrimenti la processione partiva dalla casa dell’estinto e lì si assisteva alla chiusura della cassa e al pianto dei parenti, mentre il parroco recitava con i cantori il rosario ed il De profundis.
Il compenso per i funerali era sempre di cento lire , equivalenti forse alle tremila, quattromila lire attuali. Se la cerimonia era di mattina bisognava che i genitori firmassero l’autorizzazione, perché noi potessimo assentarci dalla scuola, altrimenti gli insegnanti non ci permettevano proprio.
Un’altra importante gratificazione era la raccolta delle uova durante la Settimana Santa. Anche in questo caso l’anzianità faceva grado: ci si divideva in due gruppi - centro nord e centro sud. I più piccoli dovevano entrare nelle case, portare il cesto, e non voltarsi indietro. Non è che i più grandi nascondessero qualche uovo, ma ne bevevano più di uno facendo sparire i gusci e riaggiornando la conta.
I chierichetti più giovani venivano mandati anche nelle abitazioni oltre ai confini della parrocchia e anche lì riuscivano a recuperare qualche uovo. Le rare famiglie che non allevavano galline ci offrivano di solito dalle cinquanta alle cento lire.
Arrivava poi il momento della vendita: si riuscivano a ricavare, a seconda del prezzo di mercato, dalle quattordici alle sedici lire per uovo. Il “casolino” signor Alessandro ci gratificava, poi, dandoci dieci lire per quelli leggermente rotti. In conclusione, quello era il momento in cui il nostro salvadanaio un momentino si riempiva con monete di ferro un po’ pesanti o con una da cinquecento lire. Era come un assegno di studio universitario.
Le cerimonie della Settimana Santa erano particolarmente impegnative: bisognava essere in chiesa tutti i giorni o di mattino o di sera, anche se eravamo più di una decina, perché il parroco voleva sempre le riserve. Il momento migliore era il suono di tutti i campanelli esistenti al momento del “ Gloria in excelsis Deo” al giovedì e al sabato santo. In quei giorni si suonavano anche ribeghe e racole in momenti ben determinati. Al canto dei mattutini, poi, un chierichetto doveva essere sempre pronto a spegnere una candela alla conclusione di ogni salmo. Anche in questo caso contava l’anzianità.
Se per qualche motivo arrivava il Vescovo, bisognava fare varie prove ed usare la cotta migliore e far lavare la veste; inoltre si doveva indossare la mantellina azzurra sopra la cotta. Il Cerimoniere del Vescovo avrebbe pensato lui agli ultimi ordini.
Una funzione importante era la processione del Corpus Domini : quattro uomini “ cappati” portavano il baldacchino e quattro giovani con l’aiuto di una fascia tenevano ben alti i grandi ceri votivi. Ad aprire la processione erano i bambini, che, guidati dalle suore, spargevano i fiori ed i petali delle rose. Noi “zaghetti” dovevamo star tutti vicini al parroco, che teneva alzato il grande ostensorio, ad eccezione di un “anziano” che portava davanti a tutti la croce processionale e di due” matricole “che portavano i candelieri.
In prossimità dell’ Ascensione si svolgevano le Rogazioni, processioni rurali lungo quasi tutto il territorio della parrocchia: si partiva al mattino presto cantando le litanie dei Santi . I cantori le sapevano a memoria quasi tutte o almeno sapevano le risposte da dare al celebrante senza aver bisogno del libretto,che talvolta distrattamente usavano anche a rovescio. Il parroco si fermava di frequente ai capitelli o in altari provvisori e benediceva con il Crocefisso gli uomini ed i raccolti. Particolarmente impresse sono state le invocazioni “ A peste, fame et bello libera nos , Domine”, “ A fulgore et tempestate libera nos
, Domine”, oppure l’altra “ Ut fructus terrae dare et conservare digneris, te rogamus, audi nos”. In quell’occasione vi era anche l’usanza di battere o colpire con bastoni le viti perchè si credeva che dessero maggiore quantità del succo prezioso.
 Alla fine della “lunga camminata” la Messa chiudeva questa liturgia singolare e caratteristica. Si tornava a casa poco prima delle otto, giusto in tempo per fare un’abbondante colazione con il pane fresco ed andare a scuola.
I chierichetti dovevano andare d’accordo anche con fabbricieri e massari oltre che con il parroco ed il cappellano festivo, ma non è che l’obbedienza fosse sempre facile, specialmente per gli addetti al turibolo che erano i più “anziani” e volevano gestire secondo la loro volontà il fuoco e l’incenso.
Essi già frequentavano il primo o il secondo anno della scuola professionale della “Colonia”, istituzione assistenziale e scolastica gestita dalla provincia in collaborazione con i Giuseppini, oppure avevano superato l’esame di ammissione e frequentavano a Treviso la scuola media, studiando in modo strutturato il latino.
Perciò qualche volta cominciavano a diradare le presenze, ad arrivare in ritardo o a dimostrare insofferenza agli ordini finché ad un bel momento il parroco considerava chiusa l’esperienza con i “grandi”, invitandoli a frequentare la schola cantorum e porgendo un saluto di pace, di riconoscenza e di preventiva ammonizione per l’età critica. Promuoveva poi le nuove leve, dando un giro alla grande ruota della vita e della storia.
Adesso i nostri figli che vanno a servir Messa ( ora sono ammesse anche le figlie) non credo proprio che facciano la carriera che abbiamo fatto noi, anche se vivendo le grandi liturgie apprendono e assimilano senz’altro una cultura che risponde ai grandi problemi dell’uomo ; perciò per loro credo che si possa parlare di “ liceo professionale “della prima età” o al massimo di “laurea breve”. 
 

 

GIAN BATTISTA   TIEPOLO  A  300    ANNI   DALLA  NASCITA

Gianbattista Tiepolo nacque a Venezia nel marzo 1696 nella parrocchia di S.Pietro di Castello. La madre si chiamava Orsola ed il padre Domenico discendeva da illustre famiglia legata al commercio, con navi in comproprietà.
Assieme a sei fratelli rimase orfano ad un anno e alla madre toccò la responsabilità di amministrare l'eredità paterna e di avviare i figli ad un lavoro.  Dimostrando fin da piccolo doti particolari, Gianbattista fu affidato al maestro comparrocchiano Gregorio Lazzarini, perché ne facesse un pittore, ma egli  cominciò ad applicarsi allo stile di altri contemporanei, quali Gianbattista Piazzetta, Sebastiano Ricci e più ancora Paolo Veronese.
Di quest'ultimo non proseguì l'ideale di compostezza classica ma rievocò il senso coreografico per i solenni scenari, per le spettacolari parate con grande sfoggio di costumi. Il suo temperamento estroso ed appassionato lo orientò versi soluzioni compositive sempre nuove, luminose e ricche di movimento.
Va ricordato per primo il successo di critica e popolare ottenuto a vent'anni esponendo in campo S. Rocco un suo Passaggio del Mar Rosso, messo a pubblico confronto, come si era soliti fare, con l'analogo soggetto di altri contemporanei concorrenti.
Nel 1717, a 21 anni, venne iscritto alla Fraglia (attuale Ordine) dei pittori  veneziani e proprio in quell'anno  compose l'affresco dell'Assunta  nella chiesa di Biadene
Gianbattista si sposò nel 1719 con Cecilia Guardi ( sorella dei pittori Antonio e Francesco) ed ebbe sette figli, di cui Giandomenico e Lorenzo avviati alla pittura.
Nel 1722 fu incaricato dalla Soprintendenza a decorare il palazzo Cornaro a  S.Polo  di Venezia e proprio in quell'anno fu  nella nostra chiesa parrocchiale per  quattro giornate per eseguire il  grande affresco della " Gloria di S. Lucia".
Il grande artista fu a Vascon per un'altra giornata per iniziare il secondo grande affresco della navata " La  Trinità", opera che sarà completata più tardi e definitivamente nel 1746 o dal figlio Giandomenico o da alcuni allievi della sua scuola( Brusaferro, Bellucci,Bambini, Zugno ...) forse gli stessi che  hanno eseguito alcuni affreschi di Villa Loredan ora Perocco.
Nel 1725 il Tiepolo fu chiamato ad Udine, certamente accompagnato da collaboratori e continuò a diventare più abile nell'inventare immagini, non solo di carattere sacro, visivamente e concettualmente  sempre più complesse.
Nel 1731 fu chiamato a  Milano per dipingere nel palazzo Casati e nel 1732 ritornò a Venezia. L'attività sarebbe stato in continua ascesa non solo nel capoluogo ma anche nelle varie città  del Veneto ed in alcune della Lombardia.
Verso il 1750 partì per la Germania a Wurzburg assieme ai figli Giandomenico e Lorenzo ottenendo  grande successo. Tornato a Venezia colmo di onori e di nuove aperture culturali apprese nell'ambiente transalpino,  Gianbattista continuò nei suoi molteplici lavori oltre che a Venezia,a  Vicenza e a Stra., per la grande villa della famiglia Pisani.
Nel 1762 partì per la Spagna, sempre assieme ai due figli, lasciando al figlio Giuseppe che era sacerdote, la responsabilità del patrimonio domestico. Nel 1764 terminò il soffitto del palazzo reale di Madrid, ma  in Spagna la vita non fu sempre facile per  la presenza contemporanea del Mengs, apostolo del nuovo gusto neoclassico.
Giambattista morì improvvisamente il 27 Marzo 1770. Giandomenico rientrò a Venezia stabilendosi a Zianigo, ma  lavorando in parecchie chiese del Trevigiano e ad Udine mentre Lorenzo, rimasto a Madrid, sopravvisse solo di pochi anni alla morte del padre.

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